lundi, mars 31, 2003

Uranio impoverito.
Lo hanno usato in Iraq nel '91.
Lo hanno usato in Kossovo.
Lo stanno usando ora.
Certe cose è meglio saperle.
Cliccate qui.
Se avete il coraggio guardate anche le foto.

samedi, mars 29, 2003

Non ho nulla da scrivere sul mio blog, anzi, sui miei blog.
Uno non lo aggiorno da tempo.
Ogni singola riga mi sembra fuori luogo, fuori tempo, insomma, non opportuna.
Per scongiurare le immagini di morte sto leggendo "Teoria e pratica della non-violenza" di Gandhi.
E' un meccanismo di difesa, forse.
E' un modo stupido.
Ma è il mio unico modo di sopravvivere a questa guerra intollerabile.

mercredi, mars 26, 2003

Cosa sappiamo di questa guerra?
Me lo chiedo ogni giorno.
L'informazione arriva nelle case di tutti: le immagini hanno il medesimo potere dei bombardamenti.
Bucano il tuo cervello e, psicologicamente, ti condizionano.
Gli americani si sono stupiti nel vedere, prima il cadavere di un bambino iracheno in una trincea, poi i loro prigionieri.
L'opinione pubblica oltreoceano, già sufficientemente incazzata, si è mediaticamente offesa.
Io sono convinta che di questa guerra non sappiamo nulla.
O meglio, conosciamo ciò che Il Grande Fratello (inteso come l'Informazione Mondiale, non esclusivamente quella americana) vuole far entrare nelle nostre case.
I blogs hanno risposto in modo eterogeneo al conflitto: personalmente mi tengo distante dagli antiamericani per partito preso, così come sto lontana dai guerrafondai tout cours.
Tuttavia faccio fatica a stare dietro al martellamento di notizie, immagini, interviste.
Mi sembra un'inestricabile, barbara matassa impastata con il sangue di innocenti di ogni razza, religione e cittadinanza.
Sono felice di riportare un articolo di Sergio Romano uscito sul Corriere di domenica; riguarda, appunto, l'informazione e la guerra.
"Le immagini, la verità "
Ernest Hemingway, testimone e cronista di due guerre europee, riferì così (cito a memoria) il commento di un ufficiale americano addetto al servizio stampa delle forze armate: «Se fosse per me, non direi ai giornalisti neppure che la guerra è scoppiata. A guerra finita, racconterei quello che è successo». Il desiderio di quell’ufficiale si è parzialmente avverato. Sappiamo che vi è una guerra e crediamo di vederne gli effetti (il fumo e i lampi nel cielo di Bagdad, i carri nel deserto, la fila indiana dei prigionieri iracheni), ma non possiamo verificare le notizie. Nell’era della comunicazione globale, dell’email e dei satellitari, la guerra è avvolta da un’impenetrabile nuvola di reticenza, imprecisioni e informazioni manovrate. Questa «nuvola» ha una storia che comincia in Vietnam negli anni ’60. Quella guerra fu il primo conflitto televisivo nella storia del mondo. I giornalisti di carta stampata, microfono e telecamera godettero, con qualche eccezione, di una straordinaria libertà. Erano negli accampamenti dove i soldati americani ammazzavano con la droga il tempo e la paura. Erano nella giungla, dove i soldati rischiavano continuamente la morte. Erano nei villaggi, dove la rabbia esplodeva talvolta, come a My Lai, in brutali rappresaglie. Erano negli aeroporti, da dove partivano i body bags , i sacchi dei cadaveri, per l’ultimo viaggio di ritorno.
Gettata nelle case americane e nei campus universitari, questa massa di informazioni creò un fronte interno, forse più insidioso della giungla vietnamita. Anche se molti europei non colsero la gravità del fenomeno, l’America di Johnson e Nixon fu scossa da un’ondata di rabbia popolare e di disobbedienza civile che sfiorò per alcuni mesi la soglia delle crisi rivoluzionarie.
Fu quello il momento in cui i responsabili politici e militari delle forze armate americane giurarono a se stessi che mai più avrebbero combattuto a quel modo. Per evitarlo occorrevano due condizioni: in primo luogo armi moderne, tecnologicamente rivoluzionarie, che permettessero ai soldati di colpire senza morire; in secondo luogo il controllo totale dell’informazione. Di questa strategia abbiamo fatto una prima esperienza durante Desert Storm , nel ’91, quando i giornalisti ricevettero spesso, per tutta informazione, dei video di cui nessuno poteva dire con esattezza quando e dove fossero stati realizzati. E ne abbiamo avuto la conferma durante la missione in Kosovo e la guerra afghana, dove l’uso delle forze irregolari della Cia e l’intreccio dei rapporti con i baroni della guerra sono emersi gradualmente dopo il crollo del regime talebano.
Oggi la politica della reticenza si è arricchita di una variante. Insieme al silenzio sul reale risultato delle operazioni militari, registriamo un fenomeno apparentemente contrario: una straordinaria quantità di immagini che danno a chi le vede la sensazione di conoscere tutto in presa diretta, insieme a una quantità di notizie non verificabili, diffuse con i più svariati mezzi dell’informazione globale. I primi ad accorgersene sono i giornalisti (alcuni dei quali, quattro soltanto nella giornata di ieri, per vedere da vicino la realtà, hanno già perso la vita o sono dispersi). L’altra sera un conduttore della Cnn ha chiesto a una collega accreditata presso il Dipartimento di Stato: «Siamo davvero sicuri che i corrispondenti, diffondendo queste notizie, non facciano il gioco di qualcuno?». La giornalista ha risposto sorridendo: «Non sarebbe la prima volta». Un grande reporter americano scrisse un giorno: «I giornalisti non fabbricano le notizie, le consegnano come il lattaio consegna il latte al mattino». Ma quello, almeno, era latte buono. Come lo è quello di chi racconta ciò che vede, senza nessuna lente.





Segnalazione importante
A Milano è in corso un bellissimo Festival del cinema africano.
Incontro con Gabriele Salvatores
Ieri pomeriggio sono andata alla presentazione dell'ultimo film di Salvatores: Io non ho paura.
Il film è ,secondo me, uno dei migliori del regista.
Tratto dall'omonimo romanzo di Ammaniti, Io non ho paura è, allo stesso tempo, poetico e pauroso, riflessivo e sorprendente.
Sorprendente perchè Salvatores dà prova di una maestria tecnica notevole: alcune riprese lasciano senza fiato e sono, senza ombra di dubbio, perfette.
Immaginavo fosse una persona piacevole e tranquilla, ma l'incontro è andato al di là delle mie aspettative.
Innazitutto ha svelato alcuni retroscena del film: la scelta del casting, il rapporto con gli attori-bambini (tutti stupefacenti!), con le loro famiglie, con Ammaniti (al quale ha voluto lasciare assoluta libertà sulla sceneggiatura) e le scelte di distribuzione pubblicitaria.
Ho avuto la possibilità di fargli una domanda in pubblico e,successivamente, di parlargli qualche minuto alla fine della presentazione.
Gli ho chiesto come aveva fatto a trasporre cinematograficamente il linguaggio utilizzato dall'autore:in sostanza come era riuscito a rendere lo sguardo del bambino sulla realtà.
Mi ha spiegato che ha tenuto la telecamera sempre ad un metro e mezzo di altezza in modo da inquadrare esattamente cosa vedeva il protoganista, ed è stato molto attento ai colori.
I bambini solitamente dividono il mondo in concetti assoluti: bene/male per esempio.
Per questo motivo nel film non esistono sfumature ma solo contrasti di colori molto forti.
Ha aggiunto anche altri particolari ma...non vorrei svelare alcune scene a chi non ha visto il film.
In seguito ho avuto modo di fargli i complimenti: il film è,infatti, molto fedele al libro e, in questo senso, non ha "tradito" la mia fervida fanstasia.
Mi ha detto che ci teneva molto a rappresentare fedelmente la storia descritta da Ammaniti , anche se questo non è stato per niente semplice.
Il tutto si è concluso con un sorriso ed una stretta di mano.
Pensare che, una persona così semplice e disponibile, abbia vinto un Oscar è incredibile.
Spesso, per molto meno, attori e registi credono di essere degli dei scesi in terra.
Mi ha fatto piacere constatare che non sempre è così.

mardi, mars 25, 2003

Oscar del post più bello
The Winner is: BLOGopolis.
Complimenti!
Con la solita intelligenza ed ironia, Platinette ha scritto un commento perfetto sulla notte degli Oscar.

lundi, mars 24, 2003

Avrei voluto scrivere del bellissimo film di Salvatores che ho visto sabato.
Della musica che sto ascoltando.
Del libro di Leroy che sto leggendo.
Ma le immagini dei bombardamenti, i morti, i prigionieri di guerra.
Ma il Tigri e la caccia all'uomo, le trincee, gli ospedali.
Ma il discorso del cazzo di Bush, sì, quello di ieri, infarcito di una parola della quale non conosce nemmeno il significato: freedom.
Ma i genitori americani che aspettano una bara per una guerra che ha portato via i loro figli.
Ma i bambini iracheni stremati, prima dall'embargo, poi dalle bombe che, anche di giorno, impediscono loro di vivere come i nostri bambini.
Ma le facce dei sosia di un dittatore spietato, senza scrupoli, che da 30 anni schiaccia le coscienze del suo popolo.
Non ce la faccio a scrivere nient'altro.
Almeno per oggi.
Cosa mi è piaciuto degli Oscar
Innanzitutto mi è piaciuto questo discorso (soprattutto: "shame on you") poi questo riconoscimento (grande Eminem: keep fighting against this democracy of hypocrisy) e questo (Nicole, finalmente, ce l'ha fatta!) e questo (perchè non ho mai visto un'intepretazione più struggente e più vera).
Winner not present (but this beautiful movie it's always on my mind).
That's all.

vendredi, mars 21, 2003

Roth in treno
Leggere L'animale morente in treno presenta alcuni rischi.
Se il vicino è di sesso maschile (e la lettrice di sesso opposto, of course) alcune descrizioni potrebbero turbare la sua fantasia: chiudere il libro mi sembra l'opzione più sensata.(da me adottata ieri)
Se la vicina è una suora, cosa che mi è capitata nel viaggio di ritorno, sarà il caso di non rendersi responsabili di un immediato abbandono dei voti e del convento. (vale, perciò, l'opzione precedente).
Alla fine, per tutte queste fortunate circostanze, il libro l'ho terminato oggi.
Mi è piaciuto molto, nonstante abbia avuto inizialmente la sensazione di leggere un manuale per sesso-dipendenti.
Il grande autore si è manifestato dalla metà del romanzo in poi, per esplodere, in tutta la sua magnificenza, alla fine.
Ci sono alcune esilaranti elucubrazioni mentali sulla ridicolezza delle convenzioni sociali che mi hanno fatto, spesso, ridere di gusto.
C'è l'insopportabile vizio di un professore universitario.
C'è la vita, il sesso, la morte incombente.
Da leggere.
(precauzioni per l'uso: vedi sopra).

Il marketing della pace
Ho ceduto anch'io:un mese fa mi sono comprata la bandiera della pace.
L'ho messa sul balcone il 15 febbraio, giorno della manifestazione a Roma.
Poi l'ho tolta: ora è in camera mia.
Non credo che la esporrò ancora: mi pare che dichiararsi pacifisti sia diventata più una moda che una convinzione.
Tutti si vestono con i bellissimi colori della bandiera della pace: "sono contro la guerra, dunque migliore di chi la pensa diversamente da me".
In realtà, dio solo sa quanto mi duole dirlo, il pacifismo è diventato una gran bella piazza per fare soldi.
Comprarsi un simbolo: ecco che cosa significa essere contro la guerra oggi.
In perfetta sintonia con l'imperialismo contro il quale si battono i militanti dei movimenti collettivi contemporanei, la globalizzazione delle bandiere è diventata una realtà di mercato.
No logo?!


La guerra è iniziata.
Visto che continuo a leggere banalità di ogni tipo in merito all'attuale situazione internazionale, nei prossimi giorni mi asterrò dal commentarla.
Io, come la quasi totalità dell'opinione pubblica italiana, non volevo si arrivasse a tanto.
E' una guerra insulsa che non risolverà niente, anzi, aggraverà le cose.
Produrrà una catena di attentati e destabilizzerà il già claudicante Medio Oriente.
Consiglio a tutti di leggere il libro di Lucia Annunziata: "No" La seconda guerra irachena e i dubbi dell'Occidente, il saggio più sensato che abbia avuto tra le mani negli ultimi mesi.

mercredi, mars 19, 2003

Complimenti a Wile per la recensione del libro di Dick.
:)
Ps: gli invidio tantissimo il suo "Sto leggendo"...
Stato nascente
C’è un’espressione molto bella che Alberoni utilizza per spiegare la formazione dei movimenti collettivi: lo stato nascente.
Lo stato nascente è un momento di morte e rinascita: l’individuo prova l’impellente bisogno di abbandonare la sua vecchia esistenza e di intraprendere una vita diversa abbracciando ideali del tutto nuovi; egli si sente, all’improvviso, nutrito di una nuova linfa , e investito di un grande entusiasmo.
Alberoni ha esteso questo concetto anche all’innamoramento.
A me piace pensare alla mia personalità come in un continuo stato nascente.
La musica, o anche solo la strofa di una canzone, i libri, un film mi appassionano a tal punto che mi sento rinascere, come se guardassi il mondo per la prima volta.
Il mondo sanguinario, crudele, tristemente noioso e pieno di difetti da millenni, diviene più sfumato se passa per la mano di un artista.
Mi dimentico di tutto, e mi lascio trasportare totalmente dalle mie passioni, da una nota o dalla trama di un romanzo.
Oggi mi è capitato con il CD di Sergio Cammariere.
Ero in macchina con mia mamma, la prima persona che mi ha fatto conoscere la musica, e capivo che, anche lei, provava lo stesso fremito.
Ascoltavamo le melodie in silenzio e, nello stesso silenzio, abbiamo goduto dell’intensità di quelle parole.
Se c’è una cosa che non sopporto sono le persone che non si entusiasmano per niente e per nessuno.
Quelle che proseguono aridamente, con la stessa andatura.
Quelle che evitano le salite e che non si girano mai a guardare un fiore.
Quelle che non conoscono il blu intenso del cielo perché non hanno mai alzato gli occhi.
Quelle che sono troppo impegnate a far soldi per curare il loro personalissimo giardino: l’anima.
Hanno sbagliato il palinsesto?
Segnalazione incredibile: venerdì (se non erro) danno in TV I cento passi.
Sarà il caso di vederlo.
Breve recensione sull'ultimo libro di Roth.
Selvaggia in copertina!
(non perdertedevi l'articolo su gnueconomy!)

lundi, mars 17, 2003

Ah, dimenticavo!
Ho visto 8 mile e devo dire che sono rimasta soddisfatta.
Certo, si tratta di un film particolare: si deve essere un pochino interessati al mondo del rap e al contesto sociale in cui nasce e si sviluppa. (oltre, ovviamente, ad apprezzare il cantante in questione visto che il film è in parte autobiografico.)
Brava Kim Basinger, anche se non mi è sembrata una grandissima interpretazione, come ho letto nella recensione di Maurizio Porro sul Corriere di domenica.
Lui mi è piaciuto molto.
Assolutamente bocciata la traduzione in italiano del film : espressioni come "hey bro" o "yo" non hanno senso nella nostra lingua.
Il film andava distribuito esclusivamente in lingua originale con i sottotitoli: non si può tradurre lo slang, è assurdo!
Le parti cantate, per fortuna, sono con i sottotitoli.
Sto ancora leggendo (dopo l'interruzione dovuta alla lettura de "Le ore" e, successivamente, di "La signora Dalloway") Dio di illusioni, mi mancano poco meno di 100 pagine.
Il giudizio rimane molto positivo.
Dopo di che mi leggerò il libro di Roth, per poi ritornare su Donna Tartt e la sua ultima fatica: Il piccolo amico.
Però, a pensarci bene, dovrei soffermarmi di più su Roth: mi mancano sia Lamento di Portnoy che Pastorale americana.
Anzi, non mi mancano, sono nella libreria dei miei: devo solo rubarli...
Acquisto della giornata in libreria:
"L'animale morente" di Philip Roth: qualcuno di voi l'ha letto?
Il grande bordello
L'edizione di quest'anno avrebbero dovuto chiamarla così secondo me.
:)

vendredi, mars 14, 2003

Oggi escono due film che non voglio perdere: Io non ho paura di Salvatores e
8 Mile intepretato da Eminem.
Mi piace molto Salvatores (anche se non ho apprezzato il suo ultimo film...infatti mi sono anche dimenticata il titolo) ed ho letto il libro di Ammaniti dal quale è stato tratto in un giorno.
Il libro è veramente bello: intenso e, soprattutto, con un linguaggio particolare, nuovo.
Stilisticamente è una bomba, molto diverso dal solito panorama italiano.
Perciò...sono molto curiosa, andrò a vederlo il prima possibile.
Eminem è la voce dell'America che non abbiamo voglia di sentire.
L'urlo dei ghetti e della violenza: spesso ci tappiamo le orecchie perchè provoca un dolore acuto ai nostri timpani ricoperti di ovatta.
Io l'ovatta l'ho tolta un paio di mesi: ho preso il suo CD e mi sono messa ad ascoltare.
Mi sono informata, conosco la sua storia.
Niente Berkeley, Harvard o la soleggiata California: un tuffo nel dolore, ecco che cos'è.
Mi ha dato fastidio sentire certi insulti, non lo nego. Tuttavia non mi sono pentita della mia scelta.
Il film è, in parte, autobiografico: per questo mi interessa particolarmente.
Buona visione a tutti, dunque!
C'è un mio racconto su mille voci.
Ho scritto alcuni racconti: credo che alcuni di voi non mi riconosceranno in quegli scritti.
Ulcere che sanguinano e Cercasi inquilini sono duri, grezzi, lontani dalla morbida scrittura che, spesso, utilizzo in questa sede.
Sono arrivata alla conclusione che la scrittura debba sapere esprimere anche il dolore, le pene, la feccia che, solitamente, si evita di descrivere.
Per questo ho tentato di misurarmi anche con una durezza ed un linguaggio che non mi appartengono ma esistono e colorano di nero il mondo che ci circonda.
Forse Ulcere che sanguinano avrà un seguito.
Nella sezione Extranews troverete, invece, un racconto molto diverso, più delicato.

mardi, mars 11, 2003

Ok, lo ammetto.
Mi sono un po' ricreduta sui blog personali.
Non che io pensi di essere in grado di tenerne uno tutto mio.
Oramai mi sono identificata in chiaramente e bestiediuomini anche perchè io sono esattamente come scrivo in questi spazi virtuali: libri, cinema, passioni, animalacci di vario genere.
Un po' di acidità, un po' di unghie graffianti, qualche incazzatura.
(devo essere sincera?molte incazzature, unghiette sempre pronte a graffiare, pochino acidità condita da un po' di miele...quando voglio).
Però ci sono dei blog che mi divertono: l'uomo nel quadro è uno di questi, nonostante sia moolto personale.
Resdora è sempre Resdora e poi ci si è messo anche Pietro, per non parlare di Selvaggia che leggo sempre.
Insomma: mi piacciono!



lundi, mars 10, 2003

Le ore (abbozzo di recensione…)
Il libro di Michael Cunnigham, vincitore nel 1999 del Pulizer Prize, è indubbiamente un capolavoro narrativo.
Dotato di un intreccio complesso, magicamente intessuto fino all’ultima pagina, “Le ore” lascia, una volta terminato, un rimpianto: quello di essere troppo breve.
166 pagine di pura poesia, di “corrispondenza d’amorosi sensi”, di un comune sentire che attraversa tre donne in tre diversi momenti del ‘900: Virgina Woolf nel 1923, Laura Brown nel 1949 e Clarissa “alla fine del XX secolo”, come precisa lo stesso autore.
Le tre vite scorrono parallele per tutto il romanzo; un solo elemento sembra unirle: gli echi de “La signora Dalloway” che la Woolf stava scrivendo proprio nel 1923.
Clarissa, non solo porta lo stesso nome della protagonista del romanzo della Woolf e viene chiamata “signora Dalloway” da un suo carissimo amico, ma è come se vivesse come Mrs. Dalloway: gli incipit dei due romanzi sono, infatti, simmetrici.
Clarissa sta preparando una festa a New York ed esce di casa per comperare dei fiori:“Ci sono ancora i fiori di comprare.”
La prima riga dell’opera di Virginia Woolf, invece, è la seguente: “La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei”.
Laura Brown sta leggendo, e sembra far fatica a concepire qualsiasi altra azione, lo stesso libro.
In realtà, ma si scoprirà solo alla fine, Clarissa e Laura hanno altro ben altro in comune.
La sensibilità, la difficoltà di dare un senso all’esistenza, l’ombra dell’omosessualità latente e non, il suicidio tentato, sfiorato o vissuto da sconvolto spettatore, il diritto a vivere per come si è veramente, i rimpianti per le sensazioni dell’adolescenza perdute per sempre, l’amicizia profonda, costituiscono la sceneggiatura di base delle tre vite di Virginia, Laura e Clarissa.
Impossibile non rimanere scossi da tanta poesia ed originalità.
Un consiglio: “Le ore” va letto insieme a “Mrs. Dalloway” per cogliere analogie, differenze e particolari.

dimanche, mars 09, 2003

Tutto ciò di cui ho bisogno è un giorno intero, un solo giorno con tutte le ventiquattro ore a disposizione per pensare.
Ho inziato "Le ore" di M. Cunnigham alle 13:15.
Purtroppo non ho potuto dedicare la mattina al libro, anche se avrei tanto voluto.
Dalle 13:16 mi sento all'interno di tre storie parallele legate con un doppio, forte eppure sottile filo: quello dell'anima di Virginia Woolf.
Non riesco ad alzare la testa dal libro prima delle 15:30.
Eppure non l'ho finito, accidenti.
Lo riprendo poco dopo, mentre offro un prolungato ed ostinato silenzio a chi mi accompagna, con la pazienza di sempre, al cinema.
Non guardo neppura la strada: sono già dentro le vite di Virginia, Clarissa e Laura.
Ho il profumo dei loro fiori, delle sigarette, delle stanze e delle torte dentro il mio naso.
Sono perduta, viaggio su altro pianeta: Gabriele lo sa e mi lascia proseguire.
Arrivo al cinema e leggo fino a quando non spengono le luci: mi mancano 10 pagine per arrivare alla fine.
Le scene di The Hours iniziano ed io mi rendo conto della concreta esistenza di quella storia perfetta..
Nicole Kidman, Meryl Streep, e Julienne Moore: non avrei potuto immaginare interpreti migliori di queste.
Il libro e il film sono così emozionanti e pieni di poesia che mi mancano le parole adatte per descriverli.
Combaciano come due ali di una farfalla: sincronia assoluta, nessuna sbavatura.
Persino la colonna sonora è sublime.
Me lo devo prendere quel giorno intero.
Ho bisogno di respirare tutta quanta la bellezza del libro e del film.
Oggi mi ha quasi soffocato.
Oggi vado a vedere The Hours: devo riuscire a finire il libro entro le 17:00 di oggi...
In realtà non l'ho nemmeno iniziato: il tentativo è disperato, spero di arrivare almeno oltre la metà.
Nè puttane nè sottomesse:l'8 marzo francese (le rivoluzioni arrivano sempre dalla Francia, no?)
Ni putes, ni soumises:la lunga marcia delle francesi
PARIGI - Erano una decina, in marcia, per un mese, come pellegrine attraverso 23 città della Francia. Sono diventate diecimila, ieri nelle strade di Parigi. Erano la testimonianza coraggiosa di un angolo oscuro della società francese. Sono diventate l’atto d’accusa di una generazione che paga due volte il fatto di vivere nelle periferie. Una volta per l’appartenenza a comunità d’immigrati ai margini della Francia bianca, ufficialmente egualitaria e solidale, e una seconda volta rispetto ai coetanei maschi, alle regole del ghetto, ai costumi dei Paesi d’origine e tradizioni religiose sconvolte da messaggi laici e comportamenti permissivi.
«Ni putes, ni soumises», né puttane, né sottomesse. La scritta sulla magliette ha fatto il giro del Paese. E’ stata un pugno nello stomaco più efficace di mazzi di mimose e giaculatorie femministe sul machismo. Perché ha alzato il velo su umiliazioni quotidiane che spesso sfociano in drammi e violenza. Perché ha rivelato la penosa regressione del preteso modello d’integrazione francese.
«Il velo è come la verginità: un obbligo, anche quando è scelta». «Jeans o minigonna sono percepiti come un codice, che dà diritto a violenza sessuale e al "tournante", lo stupro collettivo». Denuncie e analisi rivelano anche l’educazione confusa ed indecifrabile dei coetanei maschi, un misto di violenza televisiva, cultura patriarcale e fondamentalismo islamico in crescita.
Safia, Ingrid, Loubna, Nadia e le altre avevano deciso la marcia attraverso la Francia dopo l’orrenda fine di una ragazza di 17 anni, Sohane, bruciata vita nell’androne di un palazzo a Vitry-sur-Seine, nell’ottobre scorso, dopo un diverbio con un coetaneo. Un episodio che meritava di più della pur grande commozione del quartiere al funerale. E’ stata la scintilla che scalda gli animi, con effetto moltiplicatore tipico della Francia movimentista: inchieste, libri di denuncia, centri di solidarietà, adesioni vip, da Carla Bruni a Jane Birkin, e maschi della sinistra, da Jack Lang a Larent Fabius.
Racconta Safia, 29 anni, nel suo diario di marcia: «L’unico modo per crescere libere è rimanere nell’ombra, al riparo dai giudizi del quartiere. La sessualità è onnipresente, ma è un tabù. Alcune portano il velo per convinzione, altre per proteggersi. Violenza, economia parallela e logica del branco hanno sostituito solidarietà e rispetto». «E’ difficile prendere iniziative, perché nelle periferie vige la legge del silenzio e della rappresaglia», spiega una delle coordinatrici, Fadela, che rivendica il diritto di essere «musulmana e laica», «militante e libera di dire pubblicamente ciò che è proibito in casa».
«Dal ghetto non puoi uscire e nel ghetto non puoi rimanere. I ragazzi ti guardano male se frequenti altre compagnie. Se invece esci con qualcuno del quartiere, ti giudicano fratelli e genitori», racconta Sandrine, studentessa algerina della «Città dei Cosmonauti», il quartiere dedicato alla conquista sovietica dello spazio: negli anni Sessanta, quando era abitato da operai comunisti.
Sandrine, come migliaia di donne, ha raggiunto place de la Republique , luogo di concentramento dell’allegro corteo che ha attraversato Parigi. «Ni putes, ni soumises» è diventato striscione, coro, slogan collettivo, poster sui muri della capitale. Migliaia di donne agitavano la manina rosa, simbolo storico di SOS Racisme , adattato alla nuova emergenza : «Non toccare la mia amica». In testa al corteo, le mogli dei leader socialisti Hollande e Jospin, le femministe Segoulene Royal e Sylviane Agacinski. A fine mattinata, la marcia delle «filles des cités», aveva già raggiunto un risultato formidabile, il ricevimento a Matignon, dal primo ministro Jean Pierre Raffarin.
Ieri si è svolta a Nimes un’altra marcia, in memoria di un adolescente ucciso dalla polizia, in seguito a vandalismi e disordini che, durante il week end, sono la regola nelle grandi periferie. Pura coincidenza con l’8 marzo, ma emblematica contemporaneità di due facce dello stesso problema: la violenza che domina la periferie francesi, accomuna generazioni di giovani, coinvolge in misura drammatica le scuole. Una violenza cui la Francia dei diritti ha finora risposto moltiplicando poliziotti, carceri e divieti. Come quello che proibisce ai giovani di riunirsi negli androni degli alloggi popolari, ma non risparmia alle coetanee lo stupro di gruppo.
Massimo Nava
Tratto dal Corriere di oggi.
















samedi, mars 08, 2003

BUON 8 MARZO A TUTTE!
:)

vendredi, mars 07, 2003

jeudi, mars 06, 2003

Ottimo cinema:
La finestra di fronte di Ferzan Ozpetek,
Sweet sixteen di Ken Loach.
Visti entrambi nel week end scorso.
Le mie "recensioni" cinematografiche non mi sono mai piaciute molto.
Non trovo le parole esatte per descrivere immagini che mi hanno trasmesso qualcosa.
Sia il film di Ozpetek che quello di uno dei miei registi preferiti, Ken Loach, mi hanno lasciata un po' sognante e un po' amareggiata per ore.
Non riuscendo a tradurre pure emozioni in parole, posso solo consigliarvi di correre al cinema.
(per la rassegna cinema mediocre, invece, mi sento di sconsigliarvi il tanto decantato "Appartamento spagnolo": una specie di commedia che non ho ben capito perchè ha riscosso successo. Senza nè arte nè parte)

Sanscemo
Lungi dal voler fare l'intellettuale tutta libri e cinema, due righe su quella trasmissione per tele-ritardati le devo spendere.
La palla che Baudo ha introdotto delle incredibili novità la potevano bere in pochi: io, per fortuna, non ero tra quelli.
Novità??
Le vallette parlanti?
(bella soddisfazione essere le prime "donne che parlano", Dio, incredibile come definizione....)
Bobby Solo e Little Tony che cantano una canzone che più retorica non si può sull'amicizia?
Montesano che fa piangere, non dal ridere, ma dalla tristezza?
In due serate sono riuscita a vedere a stento mezz'ora.
Martedì ho preferito, e con me tanti altri a quanto pare, Zelig, mentre ieri sera mi sono fiondata nel letto alle 22:30 dopo circa un paio d'ore di zapping selvaggio durante il quale, purtroppo, ho sentito le cazzate di Montesano.
Vogliamo dire che Sanremo ha ancora un senso?
I casi sono due:
1) o ci prendono per tele-ritardati (considerate tutte le buone domeniche, i costanzi show ,gli "uomini e donne" e gli excalibur forse è l'ipotesi più plausibile)
2) o lo siamo veramente.
Scarto l'ultima, e metto la crocetta sulla prima.
Quindi: boicotto, boicotto e boicotto il festival di Sanscemo.

mercredi, mars 05, 2003

Ho scoperto che un mio amico, Gian Carlo, ha la stessa mia strana ed incurabile sindrome.(forse in forma ancor più grave della mia!)
Sentite un po' quanti libri ha incominciato in soli 3 giorni:
- "Sulla strada" di Kerouak,
- "Eva Luna" della Allende,
- "Incontro d'amore in un paese di guerra" di Sepulveda,
- "Orizzonte" di Smith ( e su questo non avevo dubbi: è appassionatissimo dei libri del vecchio Wilbur).
Mi chiedo: sei ancora vivo o ti sei trasformato in una non ben identificata sostanza metà carne e metà carta che fluttua nell'aria americana, latino americana ed africana ?!
Qualcuno mi dovrebbe spiegare come fare per smettere di leggere il bellissimo giallo Dio di illusioni.
Non sono riuscita ad addormentarmi prima dell'una ieri sera e, per dire la verità, sarei andata avanti fino al completo esaurimento della vista!

mardi, mars 04, 2003

Dopo 24ore di ripensamenti ho deciso di seguire il consiglio dell'uomonelquadro iniziando Dio di illusioni (titolo originale The segret history) di Donna Tartt.

lundi, mars 03, 2003

Leggere è un processo di morte e rinascita.
Una volta finito un libro che hai apprezzato, provi una strana sensazione: come se una piccola parte del tuo cervellino, sì, quella nuvola di neuroni che ha dato il meglio di sè mentre leggevi quelle pagine prima di dormire o sul treno, si fosse addormentata.
All'ultima pagina, dopo il punto, oltre lo spazio bianco, sei consapevole del fatto che la nuvola sta evaporando portandosi dietro tutti i personaggi, le strade, le case, gli amici.
Devi fare una scelta, ora: vivere di nuovo, creare un altro cielo con altre morbide nuvole.
Ti sembra sbagliato, in fondo, ti ci eri abituato a quella comoda nuvoletta fresca e lontana.
Sei geloso delle comodità precedenti e ti chiedi se, in un altro punto del cielo, la vista sarà sempre così esaltante.
Ho finito Eggers e mi trovavo davvero a mio agio tra quelle assurde pagine di risate e dolore.
Non avevo molta voglia di abbandonare quel posto, nonostante la mia sindrome compulsiva cronica.
Ora ho messo 4 libri sulla mia scrivania: ognuno mi offre una specialissima nuvola.
Ma io...non mi so decidere e rimpiango quella precedente, perduta tra le strade di San Francisco sopra le teste di Dave e Toph.

samedi, mars 01, 2003

"A volte penso che il paradiso debba essere un continuo infinito leggere"
(Virginia Woolf, luglio 1934)
La cafonata dell'anno, ovvero come trasformare un funerale in un party di dubbio gusto
Ieri sera, nella puntata di "Otto e mezzo" si parlava dei funerali di Sordi.
Sono d'accordo con l'opinione di Ferrara: va bene esprimere la propria sentita commozione, ma arrivare al punto di far passare sui cieli di Roma un aereo con tanto di striscione, mi sembra veramente una cafonata senza pari.
I funerali, come tutto oramai in questo mondo finto, ostentato, disgusto e volgare, sono diventati un evento come un altro, un modo per sentirsi partecipi di qualcosa e, paradossalmente, un modo per sentirsi...VIVI!
Arbore ha detto che è stato "il più bel funerale della sua vita"!!!!
Un limite al cattivo gusto, esiste?
Che gran pagliacciata, la musica, i cartelli e tutto il resto.
Un funerale caciarone ed esagerato, mi chiedo se lo meritasse.
Penso proprio di no.
Brano tratto da "L’opera struggente di un formidabile genio” p.122-123:
(conversazione tra Dave e Meredith. Il primo che inizia a parlare è Dave)

“Ogni giorno una rivoluzione che sgombri il mondo, una rivoluzione pacifica, volta alla rigenerazione più che alla distruzione,. Cominciare ogni giorno col mondo che conosciamo ed entro le nove, dieci del mattino, distruggerlo.”
“Ma hai detto…”
“Lo so. Mi sono appena contraddetto. Va bene, allora, ci sarà un po’ di distruzione, ma non sarà ai danno di nessuno né contro la volontà di nessuno.”
“Va bene, va bene, e…?”
“ Diciamo che ogni giorno, ogni mattina, milioni di persone, a un certo segnala prefissato , buttano giù l’intera dannata baracca, città e paesi, con martelli, seghe e sassi e bulldozer e carri armati e roba del genere. Un colpo di spugna alla lavagnetta magica. Ci raduniamo nei pressi degli edifici come formiche, poi li imbraghiamo e li tiriamo giù, buttiamo giù tutto quanto, ogni giorno, così che il mondo, entro mezzogiorno, è ben piatto, ripulito di ogni edificio e ponte e torre.”
“Ogni tanto faccio dei sogni del genere, nei quali sposto delle cose enormi.”
“ Sì, sì. E dopo avere tirato giù tutto, quando la tela è ritornata vuota…”
“ Si ricomincia da capo. Ma non un inizio del tipo “Roma non è stata fatta in un giorno.” E neppure stile ricostruzione della Germania. Voglio dire, ci svegliamo, buttiamo giù il mondo fino alle fondamenta, o anche più giù, e poi, per le tre del pomeriggio, ci ritroviamo un mondo nuovo.”
“Per le tre?”
“Sì, due o tre, a seconda del clima, se è estate o inverno…dovremmo avere abbastanza luce per goderci il panorama. Intendo dire, credo che potremmo farne di cose. Cioè, immagina un po’ se un centinaio di milioni di persone o più, molte di più…Quante persone ci saranno al mondo, devono essere almeno due miliardi, giusto?”
“Due mi….”
“ Sì, allora immagina di prendere tutte quelle persone e di spargere la voce che da oggi in poi ogni giorno creiamo tutto daccapo.”

TO BE CONTINUED….


A volte mi sento esattamente così, nel modo in cui l’ha descritto Eggers.
Così piena di idee e di entusiasmi e di passioni che vorrei gridare al mondo, là fuori, di rifare tutto dall’inzio.
Senza l’Eden, senza il peccato originale e quegli sfigati di Adamo ed Eva.
Tutto piatto eppure così vivo.
Come in un graffito di Keith Haring, avete presente?
Tutti quegli omini colorati che giocano, costruiscono, si urtano l’un l’altro e, insieme, formano una specie di universo perfetto.