Nè puttane nè sottomesse:l'8 marzo francese (
le rivoluzioni arrivano sempre dalla Francia, no?)
Ni putes, ni soumises:la lunga marcia delle francesi
PARIGI - Erano una decina, in marcia, per un mese, come pellegrine attraverso 23 città della Francia. Sono diventate diecimila, ieri nelle strade di Parigi. Erano la testimonianza coraggiosa di un angolo oscuro della società francese. Sono diventate l’atto d’accusa di una generazione che paga due volte il fatto di vivere nelle periferie. Una volta per l’appartenenza a comunità d’immigrati ai margini della Francia bianca, ufficialmente egualitaria e solidale, e una seconda volta rispetto ai coetanei maschi, alle regole del ghetto, ai costumi dei Paesi d’origine e tradizioni religiose sconvolte da messaggi laici e comportamenti permissivi.
«Ni putes, ni soumises», né puttane, né sottomesse. La scritta sulla magliette ha fatto il giro del Paese. E’ stata un pugno nello stomaco più efficace di mazzi di mimose e giaculatorie femministe sul machismo. Perché ha alzato il velo su umiliazioni quotidiane che spesso sfociano in drammi e violenza. Perché ha rivelato la penosa regressione del preteso modello d’integrazione francese.
«Il velo è come la verginità: un obbligo, anche quando è scelta». «Jeans o minigonna sono percepiti come un codice, che dà diritto a violenza sessuale e al "tournante", lo stupro collettivo». Denuncie e analisi rivelano anche l’educazione confusa ed indecifrabile dei coetanei maschi, un misto di violenza televisiva, cultura patriarcale e fondamentalismo islamico in crescita.
Safia, Ingrid, Loubna, Nadia e le altre avevano deciso la marcia attraverso la Francia dopo l’orrenda fine di una ragazza di 17 anni, Sohane, bruciata vita nell’androne di un palazzo a Vitry-sur-Seine, nell’ottobre scorso, dopo un diverbio con un coetaneo. Un episodio che meritava di più della pur grande commozione del quartiere al funerale. E’ stata la scintilla che scalda gli animi, con effetto moltiplicatore tipico della Francia movimentista: inchieste, libri di denuncia, centri di solidarietà, adesioni vip, da Carla Bruni a Jane Birkin, e maschi della sinistra, da Jack Lang a Larent Fabius.
Racconta Safia, 29 anni, nel suo diario di marcia: «L’unico modo per crescere libere è rimanere nell’ombra, al riparo dai giudizi del quartiere. La sessualità è onnipresente, ma è un tabù. Alcune portano il velo per convinzione, altre per proteggersi. Violenza, economia parallela e logica del branco hanno sostituito solidarietà e rispetto». «E’ difficile prendere iniziative, perché nelle periferie vige la legge del silenzio e della rappresaglia», spiega una delle coordinatrici, Fadela, che rivendica il diritto di essere «musulmana e laica», «militante e libera di dire pubblicamente ciò che è proibito in casa».
«Dal ghetto non puoi uscire e nel ghetto non puoi rimanere. I ragazzi ti guardano male se frequenti altre compagnie. Se invece esci con qualcuno del quartiere, ti giudicano fratelli e genitori», racconta Sandrine, studentessa algerina della «Città dei Cosmonauti», il quartiere dedicato alla conquista sovietica dello spazio: negli anni Sessanta, quando era abitato da operai comunisti.
Sandrine, come migliaia di donne, ha raggiunto place de la Republique , luogo di concentramento dell’allegro corteo che ha attraversato Parigi. «Ni putes, ni soumises» è diventato striscione, coro, slogan collettivo, poster sui muri della capitale. Migliaia di donne agitavano la manina rosa, simbolo storico di SOS Racisme , adattato alla nuova emergenza : «Non toccare la mia amica». In testa al corteo, le mogli dei leader socialisti Hollande e Jospin, le femministe Segoulene Royal e Sylviane Agacinski. A fine mattinata, la marcia delle «filles des cités», aveva già raggiunto un risultato formidabile, il ricevimento a Matignon, dal primo ministro Jean Pierre Raffarin.
Ieri si è svolta a Nimes un’altra marcia, in memoria di un adolescente ucciso dalla polizia, in seguito a vandalismi e disordini che, durante il week end, sono la regola nelle grandi periferie. Pura coincidenza con l’8 marzo, ma emblematica contemporaneità di due facce dello stesso problema: la violenza che domina la periferie francesi, accomuna generazioni di giovani, coinvolge in misura drammatica le scuole. Una violenza cui la Francia dei diritti ha finora risposto moltiplicando poliziotti, carceri e divieti. Come quello che proibisce ai giovani di riunirsi negli androni degli alloggi popolari, ma non risparmia alle coetanee lo stupro di gruppo.
Massimo Nava
Tratto dal
Corriere di oggi.