Avrei potuto metterlo come link ma non ce l'ho fatta: ho preferito che l'orrore rimanesse impresso nel mio blog e nella mia mente per sempre.
Viaggio fra i 200 mila ragazzi di strada della capitale del Bangladesh. Lavorano anche dodici ore al giorno per pochi soldi
Operai a 8 anni, prostitute a 12: il doloroso presepe di Dacca
DACCA (Bangladesh) - Nasir ha 8 anni, un musetto volpino e gli occhi scintillanti, lavora nove ore al giorno in una fabbrica che produce bacinelle d’alluminio e la sera, appena finito il suo turno di operaio metallurgico, s’infila in un androne male illuminato dove, insieme ad altri bambini, impara a leggere e a scrivere. È una delle scuole per gli street children , i ragazzi di strada, che solitamente hanno luogo all’aria aperta, ai margini di un bazar, nelle adiacenze della stazione ferroviaria o sotto la galleria del porto, che è un alveare impazzito del traffico fluviale nell’imperterrito ululato delle sirene dei bastimenti dall’alba al tramonto. Il Bangladesh è un Paese islamico e musulmani sono il 90 per cento dei suoi 130 milioni di abitanti in un territorio che è la metà dell’Italia.
Ma a Dacca, nonostante la esigua minoranza cristiana e una mezza dozzina di chiese fondate dai missionari, c’è in questi giorni un riverbero del Natale: festoni luminosi, corolle di lampadine sugli alberi, qualche stella cometa tra i lampeggiamenti della pubblicità mondana. E allora non sembra del tutto irragionevole immaginare di allestire un presepio proprio in questa città che, dopo Calcutta, è la più lebbrosa, la più caotica sgangherata e assordante delle capitali asiatiche.
Ma, se presepio dev’essere, non ci sarà posto, nel Bangladesh, per i pastori e gli zampognari di Betlemme che portavano doni al bambino Gesù. Le statuette vanno cambiate. Qui, col piccolo Nasir metallurgico, faranno ressa attorno alla capanna i 200 mila ragazzi di strada di Dacca, le migliaia di bambini rapiti e spediti clandestinamente negli Emirati del Golfo per essere legati alle groppe dei dromedari e stimolarli, con urla e pianti, nelle gare di velocità promosse dagli sceicchi indolenti e sitibondi di crudeltà, la fiumana delle vittime del lavoro infantile che stanno chiuse nelle fabbriche come nelle fucine di Manchester nella metà dell’800 o lavorando 12 ore al giorno nelle cave di pietra, spaccando mattoni con un martello. E, accanto a loro, la folla sterminata delle loro mamme uscite in massa dai postriboli o dagli slums delle periferie urbane e rurali dove la vendita del proprio corpo è considerata come l’unica garanzia di sopravvivenza.
Grazie all’intraprendenza di Paolo e Christopher dell’Organizzazione non governativa Terre des hommes Italia e di un team di giovani volontari dell’ Aparajevo-Banglade sh (AB), Luigi ed io siamo stati in grado di percorrere l’itinerario di un’infanzia e adolescenza che, credo, abbiano scarsa possibilità di paragone, nell’abisso della sofferenza, con altri Paesi del mondo. Un presepio davvero molto triste, questo. E se stai a contemplarlo, anche solo per una settimana, te ne vai sconvolto e angosciato.
C’è il problema della scuola. Irrisolvibile. O almeno così sembra se riteniamo valida la statistica secondo cui, nel Bangladesh, 6 milioni circa di bambini, dai cinque anni in su, lavorano sette giorni la settimana, dodici ore al giorno con un salario di 10 mila lire al mese. Trecentomila bambine, dai 10 ai 14 anni, fanno le serve (e non le chiamano colf) e 700 mila ragazze adolescenti lavorano nell’industria tessile, che è la più importante del Paese, con paghe da fame. Mettiamole anche loro - le serve e le sartine - nel presepio di Dacca.
Ai cosiddetti wip children (cioè figli di prostitute - «wip» sta per women in prostitution ) è negata la scuola pubblica. Questi bambini che nascono nei bordelli e non possono esibire il nome del padre, questa marea di NN, sono condannati all’analfabetismo. La loro presenza, sui banchi delle aule scolastiche normali, nuoce al prestigio delle istituzioni. Puzzano di sperma e di casino. Ma la speranza di recuperarli e di offrir loro un quasi normale iter scolastico ha trovato ossigeno nell’iniziativa di Terre des hommes e di Aparajevo-Bangladesh che hanno affidato gli alunni di questa scolaresca discriminata e respinta a un drappello di maestri ambulanti e sottopagati, muniti solo di entusiasmo e buona volontà.
Li ho visti al lavoro nella stazione ferroviaria di Kamalapur - la maggiore di Dacca - e al terminal fluviale di Sadarghat. Il maestro, che si chiama Hossain Khan e ha 26 anni, raccatta una trentina di bambini-ragazzini che saltano da un binario all’altro e li spinge come un gregge di riluttanti stambecchi verso uno spiazzo sotto la tettoia dove ha già piazzato una lavagnetta e, su una parete, le lettere dell’alfabeto bangla. Mai vista una scolaresca elementare tanto frizzante e gioiosa. Il maestro racconta una storia o attacca una filastrocca popolare coinvolgendo il suo uditorio infantile, che esplode entusiasta con una bordata d’applausi. «Sono entrato nell’Organizzazione nel ’99 - dice Hossain Khan - e dopo un corso di addestramento sono stato promosso insegnante a tempo pieno. Il compenso è modesto: 4.215 taka al mese (78 dollari circa), un po’ meno di quanto si prende nelle scuole normali. Ma ora mi trovo bene coi ragazzi di strada, è una grande esperienza. Gli insegno le lingue, il bangla e l’inglese, la matematica, la storia e la geografia... Ogni giovedì, alternativamente, c’è il disegno e la musica. In realtà, non ci limitiamo soltanto a fornirgli le nozioni elementari: cerchiamo di recuperarli e motivarli, di capire le ragioni che li hanno spinti a rompere con la famiglia e la società».
Dalla stazione di Kamalapur, dove fa la sua prima lezione, Hossain Khan si trasferisce, verso le 10.30, nel porto di Sadarghat, dove rimane per un paio d’ore «in mezzo ai monelli». Ce ne sono una trentina, acquattati in un sottoscala, alle prese con l’alfabeto: mentre fuori una classe più adulta sta cercando di superare l’esame scritto dopo un corso di sei mesi. «Lavoriamo in condizioni impossibili - ammette il maestro -, quasi completamente fuori da un normale sistema scolastico. Ma ci dobbiamo rassegnare. Questa è la nostra vita».
Ciò che colpisce è il clima festoso che subito s’instaura tra insegnamento e apprendimento e ci vuol poco a capire che per questi ragazzi di strada, cui i maestri distribuiscono con parsimonia il sillabario, i fogli, le matite e i righelli, quelle poche ore di scuola sono un gioco, i soli momenti di evasione strappati a una giornata che li vede impegnati nella fatica quotidiana: cioè in quei piccoli lavori che gli consentono di raggranellare qualche taka , come vendere gelati, cioccolatini o ninnoli di plastica, o raccogliere giornali e stracci sui marciapiedi o rassegnarsi all’occupazione più dura ma anche più redditizia, quella del facchino alla stazione o nel porto. Intenerisce e ripugna lo spettacolo di questi ragazzini di 12 o 13 anni che vedi sgambettare sotto il peso di sacchi enormi verso i treni o i bastimenti in sosta. L’accattonaggio e, peggio ancora, la prostituzione infantile sono l’ultima risorsa di questo maxiesercito di minori alla deriva. E un sentimento di pietà cristiana suggerisce che, ancora più degli altri, questi ultimi hanno diritto di presenza nel presepio di Dacca.
Quasi sempre vittime di una situazione familiare che li ha costretti ad allontanarsi da casa, i ragazzi e le ragazze di strada devono poi subito fare i conti con l’ostilità del mondo degli adulti, che non di rado è ottuso e spietato. I bambini che dormono sui marciapiedi o in qualche angolo dei nauseabondi budelli urbani sono spesso svegliati dagli spazzini notturni che gli rovesciano addosso secchiate d’acqua. I «boss» dei quartieri malfamati li costringono a vendere narcotici e li puniscono a suon di cazzotti se non riescono a piazzare la merce. È anche frequente il caso dei bulli di strada che li sorprendono nel sonno e gli portano via le poche monete guadagnate a fatica. Talvolta, tra i ladri, c’è pure qualche agente di polizia. «Gli uomini politici - racconta Hassan, 14 anni - ci ingaggiano per pochi soldi durante le campagne elettorali e se lanciamo bombe alle dimostrazioni il compenso è di 100 o 200 taka a bomba».
Per le ragazzine di strada o assunte come domestiche tuttofare in case private, il problema è la lussuria maschile. L’insidia è in ogni strada, alla fermata degli autobus, su vecchie corriere vuote abbandonate, nei vagoni del treno. «Spesso siamo circondate per strada da gruppi di uomini che ci mettono le mani addosso e ci chiamano puttana - confida una graziosa dodicenne con un fiocco rosso nei capelli -. Io faccio la serva, anzi sono la schiava della padrona di casa. La prima notte suo marito ha abusato di me e continua a farlo... Sono certa che la moglie lo sa, ma fa finta di niente». Secondo l’Unicef i minori che si prostituiscono nel Bangladesh sarebbero 10 mila, che è già un totale da sgomento: ma i dati emersi da altre indagini parlano di oltre 90 mila. Un problema immane per Terre des hommes e per Aparajevo-Bangladesh , impegnati da qualche anno nella realizzazione di un progetto che non s’illude di escogitare una soluzione taumaturgica, ma si prefigge quanto meno di alleviare il dramma del mondo minorile in questa estrema periferia asiatica.
A Dacca, questa operazione di «pronto soccorso» si articola in tre fasi che corrispondono ai tre centri programmati dell’Organizzazione: il primo è un drop-in-centre (un centro di passaggio) dove i ragazzi di strada s’incontrano per qualche ora di tanto in tanto per poi tornare alle loro quotidiane occupazioni; il secondo è un centro diurno dove possono trascorrere l’intera giornata, ma non la notte che li vedrà riconfluire nei loro giacigli d’emergenza, alla mercè dei ladri, degli ubriachi o dei «boss» violenti della Mala; il terzo, infine, è un centro residenziale, una specie di Club o college privato dove gli adolescenti e i giovani concluderanno il ciclo della loro rieducazione. Ciò che si avverte, visitando i luoghi di accoglimento, è la graduale affermazione di uno spirito di corpo e ciò che provi è la rasserenante sensazione che via via tutti si sentano membri di un’unica famiglia, al riparo dai rischi e dai disagi della vita di strada. «Ma è anche vero - sostiene uno dei maestri itineranti - che alcuni di loro la preferiscono e tornano al marciapiede, a vendere stringhe o a fare i facchini. Si sentono più liberi».
Al centro residenziale femminile si festeggia una ragazza che ha vinto il primo premio in una competizione pittorica lanciata da Manila. Nasma ha 13 anni: ne aveva solo 9 quando il padre la «vendette» a un commerciante, avviandola alla prostituzione. Ora sta esercitando il suo talento per un quadro celebrativo del Victory’s Day , il giorno della vittoria e dell’indipendenza del Bangladesh. Vuole diventare una vera pittrice. E le ragazze del Club, che hanno alle spalle anni d’accattonaggio, di notti su giacigli immondi in compagnia di bavosi vecchi ansimanti, improvvisano ora una danza. Sono belle, leggere, ingioiellate e volteggiano con grazia indossando vestiti di seta con tutti i colori dell’arcobaleno. S’offenderà, Gesù bambino, se le mettiamo così agghindate nel presepio?
Ma è certamente a Jessore, un centinaio di chilometri ad est di Dacca, che l’impatto dei Wip children , i figli delle prostitute, è più tremendo. Jessore - 200 mila abitanti - è una città-bordello. I postriboli, che le autorità hanno fatto chiudere a Dacca, qui resistono anche se la clientela è sempre più scarsa: la causa prima del declino - mi informano - è il timore dell’Aids; e poi l’arroganza della polizia che spadroneggia e arresta donne e clienti quando irrompe nei miserabili tuguri, anche se la prostituzione, nelle case chiuse, non è illegale.
I casini sono quasi tutto nello stesso quartiere e formano una specie di mini villaggio di stamberghe senza luce, le pareti foderate di giornali, nel fetore delle fogne che scorrono tra i marciapiedi di sassi. Alcune donne cucinano sotto una tettoia riso e montone, altre fanno il bucato, una si fa la doccia rovesciandosi in testa una brocca d’acqua fredda, attinta alla pompa nel cortile. Bokul, 30 anni, sbarcata nel bordello quando ne aveva 12, riceve un cliente mentre il suo bambino, di pochi mesi, dorme avvolto in una coperta. Nel casino attiguo, apprendo, vivono altri 5 bambini: uno di loro, piccolissimo, dondola in un’amaca appesa sotto il portico. Ma la maggior parte dei Wip children è ospite dell’ostello Jagorani-Chakra , allestito e gestito da Terre des hommes .
La matrona e capa assoluta dei bordelli è una donna giunonica ingioiellata, la signora Ranu, più nota come «la camorrista» per la sua aria autoritaria e altera e che l’Elio Vittorini di Conversazione in Sicilia avrebbe definito più semplicemente «il puttanone». Si lamenta del padrone di casa: «Ogni giorno - spiega - quel criminale viene a riscuotere l’affitto degli immobili, ma non caccia mai un soldo per le riparazioni. Tra un po’ il tetto ci crollerà addosso».
Ecco Lipi, 22 anni, molto bella: sua figlia Kea - 4 anni, stesso volto, stessi occhi e capelli di velluto - sta all’ostello e lei appena può la va a trovare. «Ho grandi progetti per la mia bambina - dice -, vorrei studiasse medicina, da grande. Ma non so se ce la farò. Quando va bene, con sette otto clienti al giorno, guadagno dai 500 ai 600 taka (dai 9 agli 11 dollari). Per una notte intera, il prezzo è di 2.000 (37 dollari)».
Nel bordello Lipi s’è portata l’intera famiglia: la zia (che l’ha avviata alla prostituzione e ora è in carcere), la mamma (che esercita ancora), la sorella Popi (anni 18, che ha seguito la vocazione di casa) e perfino la nonna, che a 90 anni ha diritto alla pensione e sta accovacciata, immobile, sulla soglia del tugurio.
Nell’ostello che ospita 170 Wip children ci sono anche i figli delle floating prostitutes , cioè delle prostitute cosiddette «fluttuanti» che esercitano il mestiere illegalmente, reclutando i clienti per strada. Vivono negli slums della periferia, tutti uguali per la miseria, la sporcizia, il fetore. Guadagnano meno delle colleghe dei bordelli e corrono sempre il rischio di finire in prigione. Non amano parlare, tanto meno con i giornalisti, ma una di loro, Sundary, ammette di farsi un centinaio di taka al giorno (neanche due dollari), 20 taka per una «sveltina». Nel rigagnolo accanto alla casa scorrono decine di profilattici e suo figlio gioca con uno di essi gonfiato a palloncino.
All’ostello lamentano che le mamme arrivano spesso ubriache quando fanno visita ai figli e anche per questo - dice un’insegnante - «noi scoraggiamo i nostri ragazzi quando manifestano l’intenzione di tornare ai bordelli per stare loro vicino. Qui studiano, imparano a leggere e a scrivere, li incoraggiamo anche a fare lavori di artigianato e giardinaggio. Non le sembrano sereni e perfino allegri? Studiano, mangiano, dormono e giocano. Questa è la loro casa».
Tornato a Dacca, vado a trovare Nasir che ha fatto il disegno di una casa - la sua? - col tetto verde e le finestre rosse, circondata da alberi e fiori giganti e me lo regala con tanto d’autografo, come un vero artista. Ma voglio anche rivedere la fabbrica delle bacinelle dove lavora. È un androne, un magazzino senza soffitto, buio come la notte e il rumore dei laminatoi e delle cinghie e dei magli che s’abbattono con ritmo ossessivo sulle lamiere è assordante. Il manager è un gran bugiardo quando dice che vi lavorano 50 operai e che soltanto tre o quattro sono al di sotto dei 18 anni. Soleman, 15 anni, sostiene invece che più del 25 per cento sono minorenni e che a mangiare la polvere dei 3 mila pezzi al giorno che la fucina produce ci sono anche bambini, come Nasir. Di bianco, quando escono dal cancello, i ragazzi hanno solo i denti.
Ma niente potrebbe suscitare maggior sdegno e sgomento della cava di pietra di Paglà dove l'infanzia del Bangladesh, messa a cuocere per ore sotto il sole a picco, ha il suo primo duro contatto con la brutalità di un’esistenza che difficilmente cambierà negli anni a venire. Paglà - mi suggeriscono - vuol dire follia e non ci potrebbe essere definizione migliore per illustrare lo strazio e la fatica di quel migliaio di uomini e donne che passano la vita frantumando a martellate milioni di mattonelle.
Anche qui il 25 per cento è costituito da minorenni e da bambini. La prima che incontro è Sheema, 6 anni, che con ritmo costante tira giù martellate sul mattone tenuto fermo tra i piedini, col rischio di fracassarli: le daranno 35 taka (poco più di mezzo dollaro) se riuscirà a ridurre in polvere 100 mattoni «duri», 15 se più «morbidi». La cava è una tradizione di famiglia: sua mamma Rozina, che le sta accanto, aveva cominciato a 10 anni, mentre Sheema quando è scesa in campo ne aveva solo 4. Dopo il turno del mattino va a scuola per un paio d’ore: poi torna alla sua mazza fino a sera.
Poco più in là, su un cumulo di sassi, c’è un’intera famiglia al lavoro: la madre, 26 anni, rimasta vedova, le due figlie, Asma (7) e Saida (5) e infine, un poco in disparte, Al-Amin, 3 anni, nudo come mamma l’ha fatto, che picchia con impegno sul suo mattone. Un gioco che potrebbe durare tutta la vita. Mi sembra giusto dargli il posto d’onore nel presepio di Dacca.
di
ETTORE MO
Tratto dal sito del
Corriere della sera.
L'articolo appare sul Corriere di oggi a pagina 1 e continua a pagina 17.