mardi, décembre 31, 2002

Post scritto il 31/12 non pubblicato per problemi del server:
Su segnalazione del mio amico Gian Carlo ho una lettura adatta a chi vuole chiudere il 2002 con il sorriso sulle labbra:
l'articolo di Curzio Maltese che compare oggi su La Repubblica intitolato Le polveri bagnate del Cavaliere.
Non essendo registrata non ho potuto mettere il link dell'articolo.
Buon divertimento!
( se non ne avete ancora abbastanza dopo le barzellette della conferenza stampa!!)
Finalmente sono riuscita a scrivere una recensione per Letture e riletture di Giulio.
Mi piace molto l'idea di quel blog: una raccolta di recensioni.
Tra l'altro ho trovato degli interessanti spunti per le mie prossime incursioni in libreria!
I miei propositi per il 2003 sono tutti racchiusi in questa poesia di Kipling,
IF

If you can keep your head when all about you
Are losing theirs and blaming it on you,
If you can trust yourself when all men doubt you,
But make allowance for their doubting too;
If you can wait and not be tired by waiting,
Or being lied about, don't deal in lies,
Or being hated, don't give way to hating,
And yet don't look too good, nor talk too wise:

If you can dream-and not make dreams your master;
If you can think-and not make thoughts your aim;
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two imposters just the same;
If you can bear to hear the truth you've spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
And stoop and build 'em up with worn-out tools:

If you can make one heap of all your winnings
And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
And never breathe a word about your loss;
If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on when there is nothing in you
Except the Will which says to them: "Hold on!"

If you can talk with crowds and keep your virtue,
Or walk with Kings-nor lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you,
If all men count with you, but none too much;
If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds' worth of distance run,
Yours is the Earth and everything that's in it,
And-which is more-you'll be a Man, my son!


Buon anno a tutti!

samedi, décembre 28, 2002

"Donna non si nasce, si diventa"
Non ho nemmeno provato a resistere: il volume "Il secondo sesso" di Simone de Beauvoir è sprofondato tra le mie mani oggi pomeriggio.
Il libro, pubblicato nel 1949, ebbe due conseguenze:
- un enorme successo
- un enorme scandalo.
Eccovi l'inizio:
La donna? è semplicissimo - dice chi ama le formule semplici è una matrice, un'ovaia; è una femmina: ciò basta a definirla, la parola "femmina" suona come un insulto; eppure l'uomo non si vergogna della propria animalità, anzi ne è orgoglioso...
Leggo sul verso: "Con veemenza da polemista di razza, de Beauvoir passa in rassegna i ruoli frequentemente attribuiti dal pensiero maschile alla donna - lesbica, sposa, prostituta- e i relativi attributi - narcista, mistica innamorata- per approdare alla parte propositiva, alla femme indépendente.
Con una determinazione fino a quel momento sconosciuta, si esprime in un linguaggio nuovo, autentico, parla di controllo delle nascite e di aborto, sfida i cultori del bel sesso con "le ovaie e la matrice".
Non conosco un modo migliore per inziare il 2003 se non dedicarmi anima e corpo a questo brillante, intelligente, intenso saggio.
Avrei potuto metterlo come link ma non ce l'ho fatta: ho preferito che l'orrore rimanesse impresso nel mio blog e nella mia mente per sempre.

Viaggio fra i 200 mila ragazzi di strada della capitale del Bangladesh. Lavorano anche dodici ore al giorno per pochi soldi
Operai a 8 anni, prostitute a 12: il doloroso presepe di Dacca
DACCA (Bangladesh) - Nasir ha 8 anni, un musetto volpino e gli occhi scintillanti, lavora nove ore al giorno in una fabbrica che produce bacinelle d’alluminio e la sera, appena finito il suo turno di operaio metallurgico, s’infila in un androne male illuminato dove, insieme ad altri bambini, impara a leggere e a scrivere. È una delle scuole per gli street children , i ragazzi di strada, che solitamente hanno luogo all’aria aperta, ai margini di un bazar, nelle adiacenze della stazione ferroviaria o sotto la galleria del porto, che è un alveare impazzito del traffico fluviale nell’imperterrito ululato delle sirene dei bastimenti dall’alba al tramonto. Il Bangladesh è un Paese islamico e musulmani sono il 90 per cento dei suoi 130 milioni di abitanti in un territorio che è la metà dell’Italia.
Ma a Dacca, nonostante la esigua minoranza cristiana e una mezza dozzina di chiese fondate dai missionari, c’è in questi giorni un riverbero del Natale: festoni luminosi, corolle di lampadine sugli alberi, qualche stella cometa tra i lampeggiamenti della pubblicità mondana. E allora non sembra del tutto irragionevole immaginare di allestire un presepio proprio in questa città che, dopo Calcutta, è la più lebbrosa, la più caotica sgangherata e assordante delle capitali asiatiche.
Ma, se presepio dev’essere, non ci sarà posto, nel Bangladesh, per i pastori e gli zampognari di Betlemme che portavano doni al bambino Gesù. Le statuette vanno cambiate. Qui, col piccolo Nasir metallurgico, faranno ressa attorno alla capanna i 200 mila ragazzi di strada di Dacca, le migliaia di bambini rapiti e spediti clandestinamente negli Emirati del Golfo per essere legati alle groppe dei dromedari e stimolarli, con urla e pianti, nelle gare di velocità promosse dagli sceicchi indolenti e sitibondi di crudeltà, la fiumana delle vittime del lavoro infantile che stanno chiuse nelle fabbriche come nelle fucine di Manchester nella metà dell’800 o lavorando 12 ore al giorno nelle cave di pietra, spaccando mattoni con un martello. E, accanto a loro, la folla sterminata delle loro mamme uscite in massa dai postriboli o dagli slums delle periferie urbane e rurali dove la vendita del proprio corpo è considerata come l’unica garanzia di sopravvivenza.
Grazie all’intraprendenza di Paolo e Christopher dell’Organizzazione non governativa Terre des hommes Italia e di un team di giovani volontari dell’ Aparajevo-Banglade sh (AB), Luigi ed io siamo stati in grado di percorrere l’itinerario di un’infanzia e adolescenza che, credo, abbiano scarsa possibilità di paragone, nell’abisso della sofferenza, con altri Paesi del mondo. Un presepio davvero molto triste, questo. E se stai a contemplarlo, anche solo per una settimana, te ne vai sconvolto e angosciato.
C’è il problema della scuola. Irrisolvibile. O almeno così sembra se riteniamo valida la statistica secondo cui, nel Bangladesh, 6 milioni circa di bambini, dai cinque anni in su, lavorano sette giorni la settimana, dodici ore al giorno con un salario di 10 mila lire al mese. Trecentomila bambine, dai 10 ai 14 anni, fanno le serve (e non le chiamano colf) e 700 mila ragazze adolescenti lavorano nell’industria tessile, che è la più importante del Paese, con paghe da fame. Mettiamole anche loro - le serve e le sartine - nel presepio di Dacca.
Ai cosiddetti wip children (cioè figli di prostitute - «wip» sta per women in prostitution ) è negata la scuola pubblica. Questi bambini che nascono nei bordelli e non possono esibire il nome del padre, questa marea di NN, sono condannati all’analfabetismo. La loro presenza, sui banchi delle aule scolastiche normali, nuoce al prestigio delle istituzioni. Puzzano di sperma e di casino. Ma la speranza di recuperarli e di offrir loro un quasi normale iter scolastico ha trovato ossigeno nell’iniziativa di Terre des hommes e di Aparajevo-Bangladesh che hanno affidato gli alunni di questa scolaresca discriminata e respinta a un drappello di maestri ambulanti e sottopagati, muniti solo di entusiasmo e buona volontà.
Li ho visti al lavoro nella stazione ferroviaria di Kamalapur - la maggiore di Dacca - e al terminal fluviale di Sadarghat. Il maestro, che si chiama Hossain Khan e ha 26 anni, raccatta una trentina di bambini-ragazzini che saltano da un binario all’altro e li spinge come un gregge di riluttanti stambecchi verso uno spiazzo sotto la tettoia dove ha già piazzato una lavagnetta e, su una parete, le lettere dell’alfabeto bangla. Mai vista una scolaresca elementare tanto frizzante e gioiosa. Il maestro racconta una storia o attacca una filastrocca popolare coinvolgendo il suo uditorio infantile, che esplode entusiasta con una bordata d’applausi. «Sono entrato nell’Organizzazione nel ’99 - dice Hossain Khan - e dopo un corso di addestramento sono stato promosso insegnante a tempo pieno. Il compenso è modesto: 4.215 taka al mese (78 dollari circa), un po’ meno di quanto si prende nelle scuole normali. Ma ora mi trovo bene coi ragazzi di strada, è una grande esperienza. Gli insegno le lingue, il bangla e l’inglese, la matematica, la storia e la geografia... Ogni giovedì, alternativamente, c’è il disegno e la musica. In realtà, non ci limitiamo soltanto a fornirgli le nozioni elementari: cerchiamo di recuperarli e motivarli, di capire le ragioni che li hanno spinti a rompere con la famiglia e la società».
Dalla stazione di Kamalapur, dove fa la sua prima lezione, Hossain Khan si trasferisce, verso le 10.30, nel porto di Sadarghat, dove rimane per un paio d’ore «in mezzo ai monelli». Ce ne sono una trentina, acquattati in un sottoscala, alle prese con l’alfabeto: mentre fuori una classe più adulta sta cercando di superare l’esame scritto dopo un corso di sei mesi. «Lavoriamo in condizioni impossibili - ammette il maestro -, quasi completamente fuori da un normale sistema scolastico. Ma ci dobbiamo rassegnare. Questa è la nostra vita».
Ciò che colpisce è il clima festoso che subito s’instaura tra insegnamento e apprendimento e ci vuol poco a capire che per questi ragazzi di strada, cui i maestri distribuiscono con parsimonia il sillabario, i fogli, le matite e i righelli, quelle poche ore di scuola sono un gioco, i soli momenti di evasione strappati a una giornata che li vede impegnati nella fatica quotidiana: cioè in quei piccoli lavori che gli consentono di raggranellare qualche taka , come vendere gelati, cioccolatini o ninnoli di plastica, o raccogliere giornali e stracci sui marciapiedi o rassegnarsi all’occupazione più dura ma anche più redditizia, quella del facchino alla stazione o nel porto. Intenerisce e ripugna lo spettacolo di questi ragazzini di 12 o 13 anni che vedi sgambettare sotto il peso di sacchi enormi verso i treni o i bastimenti in sosta. L’accattonaggio e, peggio ancora, la prostituzione infantile sono l’ultima risorsa di questo maxiesercito di minori alla deriva. E un sentimento di pietà cristiana suggerisce che, ancora più degli altri, questi ultimi hanno diritto di presenza nel presepio di Dacca.
Quasi sempre vittime di una situazione familiare che li ha costretti ad allontanarsi da casa, i ragazzi e le ragazze di strada devono poi subito fare i conti con l’ostilità del mondo degli adulti, che non di rado è ottuso e spietato. I bambini che dormono sui marciapiedi o in qualche angolo dei nauseabondi budelli urbani sono spesso svegliati dagli spazzini notturni che gli rovesciano addosso secchiate d’acqua. I «boss» dei quartieri malfamati li costringono a vendere narcotici e li puniscono a suon di cazzotti se non riescono a piazzare la merce. È anche frequente il caso dei bulli di strada che li sorprendono nel sonno e gli portano via le poche monete guadagnate a fatica. Talvolta, tra i ladri, c’è pure qualche agente di polizia. «Gli uomini politici - racconta Hassan, 14 anni - ci ingaggiano per pochi soldi durante le campagne elettorali e se lanciamo bombe alle dimostrazioni il compenso è di 100 o 200 taka a bomba».
Per le ragazzine di strada o assunte come domestiche tuttofare in case private, il problema è la lussuria maschile. L’insidia è in ogni strada, alla fermata degli autobus, su vecchie corriere vuote abbandonate, nei vagoni del treno. «Spesso siamo circondate per strada da gruppi di uomini che ci mettono le mani addosso e ci chiamano puttana - confida una graziosa dodicenne con un fiocco rosso nei capelli -. Io faccio la serva, anzi sono la schiava della padrona di casa. La prima notte suo marito ha abusato di me e continua a farlo... Sono certa che la moglie lo sa, ma fa finta di niente». Secondo l’Unicef i minori che si prostituiscono nel Bangladesh sarebbero 10 mila, che è già un totale da sgomento: ma i dati emersi da altre indagini parlano di oltre 90 mila. Un problema immane per Terre des hommes e per Aparajevo-Bangladesh , impegnati da qualche anno nella realizzazione di un progetto che non s’illude di escogitare una soluzione taumaturgica, ma si prefigge quanto meno di alleviare il dramma del mondo minorile in questa estrema periferia asiatica.
A Dacca, questa operazione di «pronto soccorso» si articola in tre fasi che corrispondono ai tre centri programmati dell’Organizzazione: il primo è un drop-in-centre (un centro di passaggio) dove i ragazzi di strada s’incontrano per qualche ora di tanto in tanto per poi tornare alle loro quotidiane occupazioni; il secondo è un centro diurno dove possono trascorrere l’intera giornata, ma non la notte che li vedrà riconfluire nei loro giacigli d’emergenza, alla mercè dei ladri, degli ubriachi o dei «boss» violenti della Mala; il terzo, infine, è un centro residenziale, una specie di Club o college privato dove gli adolescenti e i giovani concluderanno il ciclo della loro rieducazione. Ciò che si avverte, visitando i luoghi di accoglimento, è la graduale affermazione di uno spirito di corpo e ciò che provi è la rasserenante sensazione che via via tutti si sentano membri di un’unica famiglia, al riparo dai rischi e dai disagi della vita di strada. «Ma è anche vero - sostiene uno dei maestri itineranti - che alcuni di loro la preferiscono e tornano al marciapiede, a vendere stringhe o a fare i facchini. Si sentono più liberi».
Al centro residenziale femminile si festeggia una ragazza che ha vinto il primo premio in una competizione pittorica lanciata da Manila. Nasma ha 13 anni: ne aveva solo 9 quando il padre la «vendette» a un commerciante, avviandola alla prostituzione. Ora sta esercitando il suo talento per un quadro celebrativo del Victory’s Day , il giorno della vittoria e dell’indipendenza del Bangladesh. Vuole diventare una vera pittrice. E le ragazze del Club, che hanno alle spalle anni d’accattonaggio, di notti su giacigli immondi in compagnia di bavosi vecchi ansimanti, improvvisano ora una danza. Sono belle, leggere, ingioiellate e volteggiano con grazia indossando vestiti di seta con tutti i colori dell’arcobaleno. S’offenderà, Gesù bambino, se le mettiamo così agghindate nel presepio?
Ma è certamente a Jessore, un centinaio di chilometri ad est di Dacca, che l’impatto dei Wip children , i figli delle prostitute, è più tremendo. Jessore - 200 mila abitanti - è una città-bordello. I postriboli, che le autorità hanno fatto chiudere a Dacca, qui resistono anche se la clientela è sempre più scarsa: la causa prima del declino - mi informano - è il timore dell’Aids; e poi l’arroganza della polizia che spadroneggia e arresta donne e clienti quando irrompe nei miserabili tuguri, anche se la prostituzione, nelle case chiuse, non è illegale.
I casini sono quasi tutto nello stesso quartiere e formano una specie di mini villaggio di stamberghe senza luce, le pareti foderate di giornali, nel fetore delle fogne che scorrono tra i marciapiedi di sassi. Alcune donne cucinano sotto una tettoia riso e montone, altre fanno il bucato, una si fa la doccia rovesciandosi in testa una brocca d’acqua fredda, attinta alla pompa nel cortile. Bokul, 30 anni, sbarcata nel bordello quando ne aveva 12, riceve un cliente mentre il suo bambino, di pochi mesi, dorme avvolto in una coperta. Nel casino attiguo, apprendo, vivono altri 5 bambini: uno di loro, piccolissimo, dondola in un’amaca appesa sotto il portico. Ma la maggior parte dei Wip children è ospite dell’ostello Jagorani-Chakra , allestito e gestito da Terre des hommes .
La matrona e capa assoluta dei bordelli è una donna giunonica ingioiellata, la signora Ranu, più nota come «la camorrista» per la sua aria autoritaria e altera e che l’Elio Vittorini di Conversazione in Sicilia avrebbe definito più semplicemente «il puttanone». Si lamenta del padrone di casa: «Ogni giorno - spiega - quel criminale viene a riscuotere l’affitto degli immobili, ma non caccia mai un soldo per le riparazioni. Tra un po’ il tetto ci crollerà addosso».
Ecco Lipi, 22 anni, molto bella: sua figlia Kea - 4 anni, stesso volto, stessi occhi e capelli di velluto - sta all’ostello e lei appena può la va a trovare. «Ho grandi progetti per la mia bambina - dice -, vorrei studiasse medicina, da grande. Ma non so se ce la farò. Quando va bene, con sette otto clienti al giorno, guadagno dai 500 ai 600 taka (dai 9 agli 11 dollari). Per una notte intera, il prezzo è di 2.000 (37 dollari)».
Nel bordello Lipi s’è portata l’intera famiglia: la zia (che l’ha avviata alla prostituzione e ora è in carcere), la mamma (che esercita ancora), la sorella Popi (anni 18, che ha seguito la vocazione di casa) e perfino la nonna, che a 90 anni ha diritto alla pensione e sta accovacciata, immobile, sulla soglia del tugurio.
Nell’ostello che ospita 170 Wip children ci sono anche i figli delle floating prostitutes , cioè delle prostitute cosiddette «fluttuanti» che esercitano il mestiere illegalmente, reclutando i clienti per strada. Vivono negli slums della periferia, tutti uguali per la miseria, la sporcizia, il fetore. Guadagnano meno delle colleghe dei bordelli e corrono sempre il rischio di finire in prigione. Non amano parlare, tanto meno con i giornalisti, ma una di loro, Sundary, ammette di farsi un centinaio di taka al giorno (neanche due dollari), 20 taka per una «sveltina». Nel rigagnolo accanto alla casa scorrono decine di profilattici e suo figlio gioca con uno di essi gonfiato a palloncino.
All’ostello lamentano che le mamme arrivano spesso ubriache quando fanno visita ai figli e anche per questo - dice un’insegnante - «noi scoraggiamo i nostri ragazzi quando manifestano l’intenzione di tornare ai bordelli per stare loro vicino. Qui studiano, imparano a leggere e a scrivere, li incoraggiamo anche a fare lavori di artigianato e giardinaggio. Non le sembrano sereni e perfino allegri? Studiano, mangiano, dormono e giocano. Questa è la loro casa».
Tornato a Dacca, vado a trovare Nasir che ha fatto il disegno di una casa - la sua? - col tetto verde e le finestre rosse, circondata da alberi e fiori giganti e me lo regala con tanto d’autografo, come un vero artista. Ma voglio anche rivedere la fabbrica delle bacinelle dove lavora. È un androne, un magazzino senza soffitto, buio come la notte e il rumore dei laminatoi e delle cinghie e dei magli che s’abbattono con ritmo ossessivo sulle lamiere è assordante. Il manager è un gran bugiardo quando dice che vi lavorano 50 operai e che soltanto tre o quattro sono al di sotto dei 18 anni. Soleman, 15 anni, sostiene invece che più del 25 per cento sono minorenni e che a mangiare la polvere dei 3 mila pezzi al giorno che la fucina produce ci sono anche bambini, come Nasir. Di bianco, quando escono dal cancello, i ragazzi hanno solo i denti.
Ma niente potrebbe suscitare maggior sdegno e sgomento della cava di pietra di Paglà dove l'infanzia del Bangladesh, messa a cuocere per ore sotto il sole a picco, ha il suo primo duro contatto con la brutalità di un’esistenza che difficilmente cambierà negli anni a venire. Paglà - mi suggeriscono - vuol dire follia e non ci potrebbe essere definizione migliore per illustrare lo strazio e la fatica di quel migliaio di uomini e donne che passano la vita frantumando a martellate milioni di mattonelle.
Anche qui il 25 per cento è costituito da minorenni e da bambini. La prima che incontro è Sheema, 6 anni, che con ritmo costante tira giù martellate sul mattone tenuto fermo tra i piedini, col rischio di fracassarli: le daranno 35 taka (poco più di mezzo dollaro) se riuscirà a ridurre in polvere 100 mattoni «duri», 15 se più «morbidi». La cava è una tradizione di famiglia: sua mamma Rozina, che le sta accanto, aveva cominciato a 10 anni, mentre Sheema quando è scesa in campo ne aveva solo 4. Dopo il turno del mattino va a scuola per un paio d’ore: poi torna alla sua mazza fino a sera.
Poco più in là, su un cumulo di sassi, c’è un’intera famiglia al lavoro: la madre, 26 anni, rimasta vedova, le due figlie, Asma (7) e Saida (5) e infine, un poco in disparte, Al-Amin, 3 anni, nudo come mamma l’ha fatto, che picchia con impegno sul suo mattone. Un gioco che potrebbe durare tutta la vita. Mi sembra giusto dargli il posto d’onore nel presepio di Dacca.
di ETTORE MO

Tratto dal sito del Corriere della sera.
L'articolo appare sul Corriere di oggi a pagina 1 e continua a pagina 17.

vendredi, décembre 27, 2002

Devo dire un GRAZIE di cuore a Pietro.
Mi ha fatto un'intervista bellissima: ovviamente non mi riferisco alle risposte che ho dato ma alla qualità delle domande.
Grazie Pietro, è stato un piacevolissimo momento di riflessione e, per quanto mi riguarda, di commozione.
Le parole che precedono l'intervista mi hanno commossa, il che, ti assicuro, non è poco: chi mi conosce lo sa bene!
Un augurio sincero per un felice 2003 e....GRAZIE ancora.
Ps: me la meritavo tutta questa attenzione??!!!
A volte mi sembra di essere la persona più contraddittoria del mondo: per questo non rileggo mai gli archivi di chiaramente, in questo modo non prendo atto dei colori contrastanti che ho utilizzato per "colorare" il mio blog.
Pochi mesi fa, esattamente quando la Mazzantini vinse il premio Strega per Non ti muovere, avevo scritto - se non ricordo male- che non ero d'accordo con l'assegnazione di questo premio.
Non ti muovere aveva sortito in me l'effetto del titolo: nessun sconvolgimento emozionale (cosa, per me, assolutamente preponderante quando leggo un libro), nessun movimento.
L'avevo riposto nella libreria dopo poche decine di pagine: scrittura troppo fredda, mi dicevo.
Iera sera, dovendo scegliere tra le letture natalizie (alle quali ho accennato) e i libri ricevuti in regalo, ho preso in mano l'opera della Mazzantini che da tempo giaceva, solitaria, in uno scomparto dimenticato della mia capiente libreria.
Ho ricominciato da capo e, a mezzanotte passata, ero ancora con Non ti muovere tra le mani.
Un libro soddisfa o delude non tanto per come è scritto, ma in base alla predisposizione della nostra anima, al momento che stiamo vivendo, a che cosa abbiamo bisogno di sentire in quel particolare periodo della nostra esistenza.
Mi è capitato spesso di apprezzare libri che avevo abbandonato dopo cento pagine: un anno, un mese, o 6 mesi dopo, mi apparivano sotto un'altra luce.
L'assoluta empatia che le opere letterarie hanno con il nostro ego, è una sorta di interazione speciale e, per quanto mi riguarda irripetibile, misteriosa.
Non c'è disagio nè superficialità: c'è solo accettazione.
Se la nostra anima è disposta ad accettare le parole che qualcuno ha ricamato per noi su leggere pagine di carta, il libro si mescola nelle nostre viscere e, durante la lettura, vive con noi.
Facciamo rinascere quelle parole, le sentiamo nostre.
E' una sensazione bellissima ma, proprio per questo, inafferrabile.
Essere coscienti dell'empatia è importante: significa valorizzare un atto importante tanto quello di un rapporto umano, il bellissimo privilegio della lettura.

mardi, décembre 24, 2002

Caro Roberto,
ti amo.
Mi garbi parecchio, e quando spieghi la Divina Commedia come se recitassi una favola stupenda, mi metterei ignuda dalla felicità.
Grazie per la passione che mi hai trasmesso ieri sera.
Tratto dal sito Nigrizia:

Un altro Natale è possibile:
ci può essere ancora un Buon Natale!

Con il Natale la vita vince nonostante tutto.
Ogni bimbo che nasce è il segno
che Dio non si è ancora stancato dell'umanità (Tagore).

Viola, la perla bianca di Anna
nata nel cuore della ricca Brianza
ha davanti a sè ottanta anni di vita (se tutto va bene)
e una dote iniziale di 25.000 euro.

Njeri, la perla nera di Rachele,
nata nella baracca di Korogocho
ha davanti a sè quaranta anni di vita (se tutto fila liscio)
e una dote inziale di soli 250 euro.

Due mondi, due bimbe,
divise da un invisibile muro di vetro.
La prima, Viola, fa parte del 20% dell'umanità
che si "pappa" l'83% delle risorse mondiali.

La seconda, Njeri, fa parte dell' oltre un miliardo di 'esuberi umani'
che devono accontentarsi dell' 1,4% delle risorse,
costretti a vivere con meno di 1 dollaro al giorno:
sono gli innocenti di cui si rinnova la strage oggi:
E Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata
perché essi non ci sono più.

Milioni di bimbi muoiono di fame, malattie, aids:
un bimbo muore di fame ogni due secondi,
11 milioni ne muoiono all'anno per malattie meno gravi di un raffreddore,
centinaia di milioni non inizieranno neanche la prima elementare.

Due mondi, due Natali.
Il nostro è il Natale dell'opulenza, delle luci, dei regali
del consumismo
degli affari.
È un business senza fine,
è uno shopping anche di domenica.

Questo sfavillio di luci natalizie
sembra un meraviglioso "acquario"
in cui guizzano costosissimi pesciolini esotici.
A scrutarlo centinaia di milioni di bimbi dal volto scuro
che guardano affascinati l'acquoso ed esotico luccichio.

Fino a quando la parete di vetro
proteggerà il banchetto degli esotici pesciolini?
Per assicurarci che la parete di vetro sia davvero infrangibile
e ci protegga eternamente da quei visi sognanti di bimbi affascinati
noi investiamo somme astronomiche in armi:
Usa ed Europa nel 2003 programmano di spendere
750 miliardi di dollari.

Un altro Natale non solo è possibile ma è urgente e necessario!
Boicottiamo il Natale dei pesciolini esotici:
il Natale dei consumi, dei regali, degli affari,
un Natale 'pagano' che ha ben poco da spartire
con quel Bimbo che nasce in una mangiatoia
alla periferia dell'impero, fuori dell'acquario
anche lui indistinguibile volto nero in mezzo agli altri volti scuri.

Diciamo no al consumismo vieppiù indotto e incentivato
e diciamo sì alla festa natalizia della famiglia allargata
a nonni, cugini, zii, nipoti
ma anche alla famiglia dell'immigrato
che lavora per noi o che ci è più vicino.

Diciamo no al decadente e ripetitivo tango di regali,
e diciamo sì ad un consumo critico,
al regalo fatto in casa con amore e con le proprie mani,
o a quello equo e solidale
di lavoro fatto "in dignità".

Diciamo no alla stupida pervasività televisiva
e diciamo sì alle relazioni umane in famiglia,
ritornando a raccontarci gioie e dolori
e a riprendere confidenza con l'immaginario, la fiaba
prendendo a cuore anche la bellezza del celebrare insieme
il fascino del Natale.

Diciamo no alla violenza e alla guerra e diciamolo con fierezza,
e diciamo sì alla pace e alla nonviolenza con evidenza
mettendo bandiere arcobaleno ai nostri balconi
e camminando con uno "straccetto bianco di pace".

Solo così il Natale ritornerà ad essere
la festa della vita
che farà rifiorire la speranza di un altro mondo possibile.
Coraggio, dunque,
ci può ancora essere un Buon Natale!

Alex Zanotelli

jeudi, décembre 19, 2002

Vado via per qualche giorno.
Chiaramente "riaprirà" alla vigilia di Natale...
"Ho sempre trovato strano il fatto che riesco a ricordare gli avvenimenti della mia giovinezza con chiarezza e precisione, mentre le cose accadute ieri sono confuse, e non ho alcuna fiducia nella mia capacità di ricordarle accuratamente.
C'è forse qualche procedimento di fissaggio, mi chiedo, per cui il tempo, anzichè far svanire i ricordi (com ci si aspetterebbe) fa il contrario - li rende solidi come cemento, l'esatto opposto della poltiglia che mi sembra di ottenere quando cerco di parlare di ieri?
L'unica cosa che posso dire con sicurezza - su ieri cioè -...

Questo è l'incipit di?
Spider di P. Mc Grath, edizione Bompiani, dal quale è stato tratto lo splendido film di Cronenberg.
Non ho più scritto nulla in merito perchè e' impossibile fare una recensione.
L'interpretazione di Finnies è realmente superlativa: dirà quattro battute in tutto il film (più che altro balbetta), ma l'espressività è incredibile.
Regia magistrale, trama assolutamente psicologica.
Nessuna angoscia alla Lynch.
Non perdetelo.
Il libro mi sembra molto intenso, ma non ho ancora avuto modo di leggerlo, l'ho solo "rubato" per pochi minuti ad un lettore "famelico" quanto basta da non prestarmelo fino a quando non arriverà all'ultima riga.

mercredi, décembre 18, 2002

Ragazzi io sono sbalordita.
Vi giuro che non avevo ancora letto Ocurrencia e non sapevo del blog dedicato agli incipit del quale parla bellachioma.
Incomincio a preoccuparmi...
Lascio il mio post precedente perchè è davvero incredibile.
Strani casi della vita.
Connessioni mentali: possibile?
Non ci posso credere, davvero.
Idea già superata, dunque.
Idea: che ne dite di aprire un incipitblog?
Io sono un po' fissata per gli incipit dei libri: molto spesso la prima pagina (o anche la prima frase) mi fa propendere per l'acquisto o meno dell'opera in questione.
Però da sola non ce la posso fare: ho già parecchi impegni virtuali...
Qualcuno di voi è interessato?
In fondo non vi porterebbe via molto tempo: si tratterebbe solo di ricopiare gli incipit dei libri che avete amato ( o odiato).
Nel caso mandatemi un'e-mail: potrei aprirlo io e mandare, in seguito, gli inviti.
Fatemi sapere...
Non per essere invadente ma...cosa state leggendo di bello?
In questo periodo, ho letteralmente divorato dei libri bellissimi:
Sostiene Pereira di Tabucchi e
Amabili resti di Alice Sebold.
Trame molto distanti l'una dall'altra ma con un minimo comun denominatore: l'originalità.
Il primo mi ha fatto conoscere un autore che avevo sentito solo nominale ma del quale non avevo letto nulla.
Il secondo è stata una folgorazione.
Leggendo la trama sul retro della copertina non volevo nemmeno acquistarlo, ma la recensione entusiasta di Daria Bignardi mi ha, per fortuna, spinta a prenderlo.
Lo consiglio a tutti: si tratta di un romanzo d'esordio a mio avviso imperdibile.
Anzi: li consiglio a tutti, se non avete ancora letto Tabucchi.
Nei giorni delle festività natalizie ho già un programmino- letture niente male:
- Le correzioni di J. Franzen
- Soffocare di Palahniuk
- per il terzo sono indecisa, ma credo propenderò per un altro caso letterario: Ogni cosa è illuminata.
Non lo conoscete??!!!
No??
Oddio: correte ai ripari, mi raccomando.

samedi, décembre 14, 2002

I miei auguri di Natale e per il nuovo anno li trovate sul blog delle piccole cose: big kahuna.
Il 1/01/2003 nascerà il primo gay-blog italiano: Tom.
Perchè etichettarsi come gay-blog??!
Io mica ho scritto: chiaramente etero-blog.
Non capisco...
Le classificazioni del tipo: scrittore gay e/o lesbica, libreria gay, locale gay mi fanno ridere.
Figuriamoci gay-blog!
Che bisogno c'è di dichiarare la propria inclinazione sessuale?
Per far cadere le insopportabili barriere ideologiche in merito, gli omosessuali dovrebbero proprio evitare queste auto-ghettizzazzioni.
La vostra eterosessuale Chiara Fonio.
E' difficile che io ascolti chi mi consiglia libri (bellachioma e pochi altri/e).
Non perchè ho la presunzione di saperne di più io, semplicemente per il fatto che VOGLIO sceglierli personalmente: le mie amiche lo sanno e, quando si avvicina il Natale, mi chiedono una specie di lista della spesa composta da titoli.
Devo ammettere, però, che prendo per oro colato ( o quasi...) gli inviti alla lettura di Daria Bignardi.
La Bignardi tiene tutti tutti i giovedì alle 11:30 un programma su Radio Deejay insieme a Linus e Nicola: "mezz'ora d'aria".
(comunicazione di servizio: al prossima settimana il programma sarà eccezionalmente il mercoledì).
Grazie a lei ho scoperto Mordecai Richler e ho letto il divertentissimo L'opera struggente di un formidabile genio di Eggers.
Ha un fiuto notevole per gli autori americani, in particolare quelli editi dalle collane Strade Blu Mondadori e Einaudi stile libero.
Propone sempre letture diverse dai canali "istituzionali" e, contrariamente all'aspetto "per benino", legge sempre romanzi che definire "alternativi" mi sembra poco.
Si tratta sempre di opere intelligenti, con uno stile diverso dal solito, accattivanti e assolutamente NON noiose.
Ieri, per seguire i suoi ultimi consigli, ho comprato "Soffocare" di Palahniuk e "Amabili resti" di Alice Sebold.
Ehi: non aspettativi che io vi racconti la trama!
Primo: non li ho ancora letti.
Secondo: scopritela voi...sono certa che vi incuriosiranno molto.
Ho sempre pensato che David Lynch non ci stesse molto con la testa, infatti ieri sera ne ho avuto la conferma: ho visto al cineforum Mulholland drive.
Mah', a parte il fatto che non ci ho capito un cavolo, mi è sembrato un tentativo di riversare in una pellicola tutte le angosce della sua poliedrica personalità.
Fino ad un certo punto la trama fila ed è, per quanto stramba, ben costruita.
A 20 minuti dalla fine si ribalta TUTTO: i personaggi si scambiano i ruoli.
Come se il regista mescolasse un mazzo di carte.
Il risultato è una grande angoscia.
Non mi ha convinta per nulla, se non del fatto che ha gravissimi problemi mentali!
:)

mercredi, décembre 11, 2002

I vostri commenti sono preziosi per me.
Grazie a tutti.
Di cuore.
Tenera è la notte
Tenero è il romanzo di Fitzgerald, tenero e brusco, come uno schiaffo che ti arrossa la guancia.
Inizia candidamente e in punta di piedi, piedi che calzano scarpe da borghese, s'intende.
Nulla, in questa prima parte, fa presagire la profonda ferita nascosta sotto la spessa crosta della felicità balneare ed incipriata della Costa Azzurra.
Tutto fila liscio: "bella gente" si direbbe oggi.
( ho sempre detestato l'espressione ma sono sicura che qualche lettore/ce l'ha pensato).
Feste, splendidi matrimoni, l'arrivo di un'atricetta graziosa, le nuotate nel Mediterraneo.
Non fai nemmeno in tempo a chiederti che cavolo vorrà mai esprimere Fitzgerald oltre a tutte queste paillettes, che ti cade sotto gli occhi un'ingombrante seconda parte.
Sopraggiungono le ombre: il cielo diventa viola plumbeo e l'attenzione si sposta dal mare alla schizofrenia.
Il tutto, però, teneramente: non c'è una sola pagina selvaggia, distruttrice.
Le disgrazie fanno parte delle vite che l'autore si è sforzato di raccontare, per questo, probabilmente, si inseriscono con sapiente sincronia nel romanzo.
Arrivano in modo indolore ed appaiono al lettore ineluttabili, nonostante si sentano ancora sulla pelle le bruciature del sole della costa francese.
Tuttavia il sangue esce dalla crosta liscia, macchiando di rosso la tovaglia dei ricchi signori Diver.
La terza parte, in linea con la seconda, continua nella descrizione della caduta: un matrimonio in pezzi, vite infelici, nervi poco saldi.
Come ogni buon romanziere dovrebbe essere in grado di fare, Fitzgerald offre ai lettori un universo nel quale essi vengono introdotti fin dalla prima pagina: nessuna spiegazione, gli eventi, i ricordi, i gesti e le parole dicono tutto.
Utilizzando lo stile flaubertiano dell'impersonalità, l'autore osserva tutti i personaggi senza mai intervenire: lascia che si muovano e che recitino una commedia/tragedia nella quale li ha teneramente invitati ad indossare delle maschere che, battuta dopo battuta, cadono, mandando in pezzi il copione sereno delle prime pagine.

lundi, décembre 09, 2002

Non vi chiedete mai: a che pro scrivo sul mio blog?
Perchè lo faccio?
Io vado a periodi: ci sono momenti che scriverei sempre, tutti i giorni.
Altri che non mi va di dedicare molto tempo al virtuale.
Perchè, in fondo, è assolutamente V-I-R-T-U-A-L-E.
Mi sono comperata un'agenda.
Scriverò lì, per un po'.
Se utilizzo Internet come mezzo di comunicazione, perchè, mi sono detta, non iniziare a comunicare un po' di più con me stessa e solo con me stessa?
Così mi scrivo le recensioni sull'agenda.
Senza nessun possibile commento.
Alcune, poi, vanno a finire qui, altre rimarranno per sempre in quelle pagine.
Perchè la Comunicazione, quella con la C maiuscola, è sacra e non sempre passa per il blog.
A volte ho bisogno di dialogare solo con me stessa.
Inoltre mi sono accorta di una cosa assai brutta.
Per scrivere sul blog tolgo ( o meglio toglievo chè me ne sono accorta ed ho assolutamente cambiato rotta) tempo alla lettura.
Eh no, c'era qualcosa che non andava.
Ritorno a me, alle letture e ai miei pensieri.
E non voglio domandarmi a che pro scrivo su un blog perchè, fino a ad ora, non ho trovato una risposta.
A volte mi viene da pensare che ho solo speso un sacco di soldi per connettermi.
Altre volte credo che il blog mi sia servito e mi serva per esercitarmi costantemente nella scrittura.
Altre ancora non trovo nessun tipo di risposta.
Scrivevo su un forum ed ho abbandonato, seppur da pochi giorni, anche quello.
Non lascerò i miei cari spazietti virtuali ma ho bisogno di respirare un po' di realtà.
Il vizio oscuro dell'Occidente
Ed è con questo piccolo ma intelligente saggio di Massimo Fini che voglio iniziare al settimana.
Si tratta di uno di quei libri che io definisco: "libri per un giorno", cioè composti da poche decine di pagine ma assolutamente imperdibili.
Viaggiate spesso?
Bene, Il vizio oscuro dell'Occidente lo potete leggere in un'oretta sul treno o sull'autobus.
Questo "Manifesto dell'antimodernità" vi farà riflettere, anche se non sarete d'accordo sulle tesi dell'autore.
Personalmente non ho apprezzato alcune parti che mi sembravano un po' "forzate" ma è indiscutibile che, se uno degli obiettivi di un libro è quello di non lasciare indifferenti i lettori, Fini è perfettamente riuscito nell'intento.
L'ultimo capitolo, "Il modello paranoico" è assolutamente geniale, soprattutto dal punto di vista storico-filosofico.
"L'illuminismo ha compiuto un paio di errori psicologici così grossolani che si stenta a credere che gente intelligente - perchè, almeno all'inizio, si trattava di gente intelligente- abbia potuto concepirli.
Il primo è aver proclamato il diritto all'uguaglianza senza in alcun modo poterla garantire, anzi avendo, di fatto, accentuato le disparità sia economiche che sociali ....[...] Ma proprio sulla felicità, parola proibita che non dovrebbe essere mai pronunicata, l'Illuminismo ha fatto il suo più grave e definitivo errore psicologico
(cioè il secondo) [...] ha proclamato il diritto alla felicità....pensare che l'uomo abbia un diritto alla felicità significa renderlo, ipso facto e per ciò stesso, infelice.
Come non essere d'accordo con l'autore?
Lo spirito dell'Occidente, nella visione di Fini, "opera eternamente il Bene, ma realizza eternamente il Male".
Un consiglio natalizio: regaltelo, regalatelo, regalatelo.

vendredi, décembre 06, 2002

Non sono morta dall'emozione...eccomi!
Mi sto organizzando per il futuro prossimo, quindi non ho molto tempo per aggiornare i blogs.
Per ora vi anticipo che ho trovato una ricerca sociologica americana che mi interessa particolarmente: prima di parlarne sul blog, però, devo leggermi 89 pagine in PDF, quindi abbiate un po' di pazienza.
Credo scriverò a lungo di questo.
Grazie a tutti quelli che mi hanno lasciato i commenti!!

mercredi, décembre 04, 2002

Ho sempre criticato i blog personali ma oggi ho vissuto un'emozione tale che non riesco a non scrivere nulla:
MI SONO LAUREATA!!!
La vostra,
Dotoressa in Storia Chiara Fonio!!!
:)

lundi, décembre 02, 2002

Leggere significa anche riconoscere la propria ingnoranza e limitatezza.
Non avevo mai letto HemigwayFitzgerald.
Praticamente a secco per quanto riguarda la letteratura americana, sabato ho preso in mano "Tenera è la notte": la copia è di mia madre (£ 700!!) che continuava a ripetermi quanto fosse bella la letteratura americana e quanto l'avesse amata alla mia età, anzi, un po' prima.
Ho letto la splendida prefazione di Fernanda Pivano e non sono più riuscita a staccarmi dal libro (lui, il libro, ha tentato di staccarsi da me: una ventina di pagine corrose dal tempo mi hanno lasciata questa mattina ma sono troppo affezionata all'idea dell'entusiasmo di mia madre ventenne per comprare un'orrenda copia moderna).
Tutta la mia ignornanza mi è cascata addosso e mi sono chiesta se mai riuscirò a leggere nella mia vita TUTTI i libri che mi interessano.
Ovviamente la risposta è negativa, ma ho imparato ad essere molto eclettica in quanto a letture, perciò farò nel mio meglio cercando di spaziare in ogni campo.
Fitzgerald è semplicemente straordinario: una prosa molto differente da quella di Hemigway, meno asciutta e, forse, più coinvolgente.
Ha una notevole capacità di caratterizzare i personaggi fin dalla prima pagina e sembra un libro scritto solo qualche anno fa.
Un libro moderno, dunque, sull'età del jazz americana, quando i ricchi d'oltreocenano trascorrevano le loro estati in Costa Azzurra: impetoso ritratto di un mondo superficiale e senz'anima.
Che cosa si nascondeva dietro alle feste e allo shopping?
Un'immensa infelicità, seppur edulcorata con qualche lustrino.